Il figliol prodigo

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Il figliol prodigo

Artista: Martini Arturo

Tecnica: Fusione in bronzo,

Opera In Archivio, In Galleria
Anno: 1928
Misure:
Note:

ARTURO MARTINI

Il figliol prodigo

fusione in bronzo

1928 (da originale in gesso 1924/1926)

Sempre nel 1931 gli Ottolenghi si assicurano la fusione in bronzo de Il figliol prodigo opera colossale che vede la luce come modello in gesso tra il 1924 ed il 1926 in un angusto laboratorio di Vado e dopo varie vicissitudine viene fuso a Napoli nel 1928 e quindi presentato alla II Mostra del Novecento Italiano organizzata da Margherita Sarfatti nel 1929.

La statua è perfetta per essere collocata nel ricovero Ottolenghi di Acqui voluto dal Jona Ottolenghi nell’Ottocento, in soccorso degli anziani nullatenenti. 

Una fotografia scattata nel corso dell’autunno del 1931 inquadra la statua sotto al colonnato rinascimentale del ricovero, alla presenza di Arturo Ottolenghi, Arturo Martini e del giornalista critico d’arte torinese, Emilio Zanzi.

Nel Figliol prodigo, il tema del ritorno a casa dopo tanto peregrinare Vine inteso dalla scultore come una metafora. Egli considera l’arte del anni Venti come il recupero dei modelli, del mestiere e delle tecniche degli antichi in netto contrasto con la folle corsa in avanti delle avanguardie di primo Novecento. I due personaggi dalle dimensioni colossali e dalle forme arcaiche riprendono oltre la statuaria classica soprattutto quella tipica del XIII secolo. L’agnizione viene svolta dal padre quasi cieco mediante l’uso delle mani che indagano il corpo estraneo riconoscendo in fine le fattezze del figlio, tanto atteso e tanto amato a cui tutto viene perdonato. 

Il primo a potere vedere l’opera quando era ancora un gesso è l’amico pittore Eso Peluzzi che così narra a Carlo De benedetti nel 1929: “Ricordo, quando lo vidi per la prima volta, che il gruppo in gesso era in centro alla stanza ed arrivava quasi fino al soffitto. Prima di entrare Martini mi aveva avvertito: vedrai una statua che ti metterà alla prova. La guardavo da ogni lato, mi avvicinavo e mi allontanavo, facevo scorre le mani sulle figure che mi parevano vive. Martini attendeva ch’io palassi con quei occhi suoi luccicanti, ma io nell’emozione non seppi pronunciare parola. Una cosa solo riuscii a pronunciare: è un capolavoro. Dal sorriso di Martini capii che aveva creduto alla mia sincerità. Aggiunsi subito, bisogno fonderlo in bronzo”. 

In effetti è lo stesso Peluzzi a contattare l’industriale di Como Antonio Balbis, per convincerlo a finanziare l’impresa.