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Guglielmo Caccia detto “Il Moncalvo” – Lorenzo Zunino

Madonna con il Bambino, San Michele Arcangelo e San Rocco - Chiesa dell'Annunziata Guarene (CN)

Guglielmo Caccia (Montabone AT 1568 – Moncalvo AT 1625)

……………. Il giovane Guglielmo Caccia di appena quattordici anni assiste sicuramente alla lavorazione di questa ultima opera. Collabora alla preparazione dei pigmenti per la decorazione. Lucida accuratamente con la cera il tabernacolo una volta terminato. 

Il 21 ottobre 1582, neanche tre mesi prima infatti la madre e lo zio paterno Antonio avevano accompagnato il piccolo Guglielmo a Nizza della Paglia, presso la bottega del pittore Giovanni Francesco Biancaro. 

Salta immediatamente agli occhi la coincidenza tra la data in cui il Biancaro si reca ad Acqui per stipulare l’accordo relativo all’ancona della Compagnia della Beata Vergine degli Angeli, il 17 maggio 1582 e la presa di servizio del piccolo Guglielmo nella bottega di Nizza avvenuta il 21 ottobre dello stesso anno. Sembra assai probabile che nel viaggio di andata o ritorno per la città termale si sia creata l’occasione dell’incontro tra il Maestro trinese ed il piccolo artista contadino. Occasione magari fortemente cercata dalla madre forse con l’intercessione del parroco di Montabone, sicuramente in contatto con i priori della Compagnia della Beata Vergine degli Angeli di Acqui. Nell’incontro il Biancaro probabilmente impressionato da qualche disegno mostrato da Guglielmo, lo aveva invitato a servizio nella propria bottega che stava vivendo un periodo di fortunata congiuntura. 

Dopo i mesi estivi passati a sistemare la campagna nel periodo di maggior lavoro ed anche utilizzati per preparare la dote necessaria per l’allunato, ecco che il mese di ottobre giunge adatto all’inizio della nuova vita. 

L’accordo prevedeva la permanenza del ragazzo per un anno al fine di apprendere l’arte della pittura con diligenza ed ubbidienza ed il Maestro si obbligava ad insegnare tale arte, a nutrirlo ed a vestirlo. 

In realtà con tutta probabilità l’alunnato in bottega dovette proseguire per un periodo superiore ad un anno, forse almeno fino al ritorno del Biancaro per il paese natio di Trino, avvenuto agli inizi del 1585.

La prima committenza assegnata al Biancaro a Trino risale al marzo 1585 e precede una serie di opere ancora da individuare e studiare con certezza, prima della morte avvenuta l’11 maggio del 1588, probabilmente  non ancora quarantenne.

Nei due anni mezzo scarsi dall’ottobre 1582 al marzo 1585, in cui il Biancaro ed il Caccia lavorano fianco a fianco nella stessa bottega, il giovane apprendista con tutta probabilità scalpita per adoperarsi con tele, pennelli, colori e biacca. Nonostante sia anche un intagliatore in legno il Maestro è chiamato sicuramente alla lavorazione di pale d’altare per le numerose confraternite dedicate ai vari santi delle chiese della zona. Nello scarso repertorio delle pale d’altare ne compare una con la Madonna con il Bambino in gloria con i Santi Sebastiano ed Antonio Abate, che la critica assegna genericamente ad un pittore di derivazione ligure-piemontese e visibile ancora nella chiesa di Sant’Antonio ad Incisa. 

Appare  attribuibile invece a Giovanni Francesco Biancaro, in mancanza di firme o documentazione d’archivio, per le attinenze figurative in comparazione alle altre opere conosciute del Maestro. Si precisa inoltre che l’opera è decisamente da posizionarsi al termine del periodo nicese, quindi a ridosso del marzo 1585 ed è formalmente più evoluta rispetto alle precedenti. Accanto ad elementi tipici, come il taglio degli occhi dei personaggi, il nimbo di San Sebastiano, il volto della Vergine, il colore rosso e la forma della testa del putto sotto i piedi della Madonna e soprattutto lo sfondo panoramico con la città, forse la stessa Incisa, che si staglia da un fondo indistinto ed omogeneo identico alla pala della Natività, compaiono elementi nuovi estranei al sentire del Biancaro che possono suggerire il timido inserimento del pennello del giovanissimo Guglielmo Caccia, apprendista di bottega. Sono ammissibili a tale ipotesi i due putti in alto, il corpo del Bambino e le sagome dei due santi comprese le mani. 

Si può ritenere che la pala sia stata co-prodotta nella bottega di Nizza della Paglia in un tempo appena precedente alla dipartita del Maestro in direzione di Trino. Le due tavolette con San Rocco e Sant’Antonio Abate, oggi scomparse, probabilmente inserite nello stesso contratto di commitenza invece potrebbero essere state realizzate nei mesi successivi dal pittore di Montabone in autonomia con il bene placido del Biancaro, impegnato in altre avventure e comunque già fiducioso nell’arte dell’allievo.

Se ad oggi appare certo il primo passo di Guglielmo a Nizza della Paglia alla corte del Biancaro, suffragato da ritrovamenti d’archivio chiari e precisi, il proseguimento dell’avventura artistica dal fatidico marzo 1585 è soggetto ad  illazioni e voli pindarici, ma in verità non troppo arditi.

La situazione a bocce ferme nella primavera del 1585, vede Giovanni Francesco Biancaro nella sua amata e forse rimpianta Trino. Ambrogio Oliva altro pittore che incrocerà le sorti artistiche e famigliari del giovane Caccia è impegnato nella bottega di Casale Monferrato e appena al di la dei confini monferrini in pieno territorio sabaudo opera la bottega dei Lanino a Vercelli. 

Guglielmo nella primavera del 1585 ha appena diciassette anni ed ha potuto dimostrare nel periodo di servizio a bottega che il suo estro artistico non era affatto mal riposto. 

Lasciato solo con tutti i mezzi tecnici a disposizione grazie alla benevolenza di Bellina, proprietaria effettiva dello stabile in cui sorgeva la bottega e l’occhio di riguardo del vecchio Maestro forse già malato, ma sempre prodigo di consigli, il ragazzo avverte la necessità di effettuare uno scatto di orgoglio. Lo deve principalmente a sua madre che tanto ha investito in lui e soprattutto a se stesso che continua fortemente a credere nella capacità delle sue mani. 

Ad aiutarlo in questo periodo in cui non è più un ragazzino inesperto, ma nemmeno un pittore già pronto e fatto, sicuramente ha una funzione determinante la profonda ed incrollabile fede che lo accompagna fin da quando era bambino. In particolare la sua devozione va nei confronti della Madonna, con cui dialoga giornalmente in un rapporto  intimo e diretto, quasi come se la Vergine avesse preso il posto della amata madre. 

Il clima artistico trinese risente della vicina Vercelli ed i contatti con la bottega dei Lanino sono inevitabili. 

In quei mesi realizza l’Annunciazione e la Madonna con il Bambino, San Michele e San Rocco, entrambe firmate e datate 1585 e collocate a Gaurene. L’esito non è ancora quello di un grande pittore, ma si allinea alla qualità esecutiva, compositiva e cromatica del suo Maestro. Mostra però a tutti che il mondo della pittura gli è proprio. Nonostante le avversità della vita e la lontananza dalle grande città, tecnicamente sta evolvendo e si prepara alla competizione del futuro. Vuole cominciare a camminare da solo, fare il pittore con un proprio stile. 

Con molta probabilità anche la Madonna con il Bambino ed i Santi Gerolamo e Paolo della Chiesa di Santa Maria di Castro a Trino, si colloca nello stesso periodo e nello stesso afflato creativo.

Le commissioni sono frutto ancora del lavoro di bottega del Biancaro, ma è il giovane Guglielmo che è chiamato alla progettazione ed all’esecuzione delle pale.

Se l’Annunciazione, è ancora intrisa del gusto provinciale sia formalmente che cromaticamente con la Madonna con il Bambino, San Michele Arcangelo e San Rocco, avviene una vera e propria rivoluzione. Se la prima è stata eseguita al cospetto del Biancaro a Trino o addirittura ancora nella solitudine di Nizza, con la seconda opera il pittore di Montabone opera direttamente nella bottega vercellese dei Lanino. Per lui è con tutta probabilità un esame di maturità. Avverte il clima culturale della città piemontese ed avverte su di se il perso dell’eredità lasciata oltre che da Bernardino Lanino, anche da Gerolamo Giovenone fino su al grande Gaudenzio Ferrari. 

A questo punto la ruota della fortuna ricomincia a girare per il verso giusto. Viene chiamato a collaborare per gli affreschi di una piccola chiesa, ottenendo quindi un lavoro che dura con tutta probabilità almeno alcuni mesi e chi gli offre il lavoro non è proprio una bottega qualsiasi, ma proprio quella dei Lanino di Vercelli con i fratelli Pietro Francesco e Gerolamo. 

Siamo nel 1586 e la bottega vercellese è chiamata ad affrescare la Chiesa di San Michele a Candia Nomellina. Nemmeno tre anni prima, nel 1583 il grande capofamiglia Bernardino, scompare lasciando un enorme vuoto dietro di sé difficile da colmare. I due fratelli si rendono conto che pur conoscendo tutti i segreti del lavoro, avendo a disposizione i cartoni ed i bozzetti ed una bottega prestigiosa e bene avviata, non potranno mai giungere ai livelli del grande padre, colui che ha saputo sostituire addirittura Gaudenzio Ferrari prima a Vercelli e poi sulla piazza di Milano.  

Guglielmo dal canto suo si vede trasportato in un’altra dimensione. Finalmente ha modo di frequentare attivamente una delle botteghe meglio organizzate presenti in Piemonte e forse in tutta l’Italia. Inizia come garzone muratore, il suo compito è montare i ponteggi,  miscelare l’intonaco, preparare la calce e stupisce i due fratelli Lanino, quando mostra di sapere macinare le polveri e trattare i pigmenti. Lo stupore si traduce in meraviglia quando lo osservano disegnare a carboncino sul muro, preciso nel tratto e perfetto nelle proporzioni, fino ad inebetire i presenti quando prende i pennelli in mano e si permette di delirare i visi dei personaggi con sfumature sovrapposte delicate e rotonde. Lo invitano ad occuparsi di un lembo della veste di un personaggio ed egli in poche pennellate si appropria dell’intero personaggio, passando dal verde scuro all’ocra chiaro, in punta di pennello senza cedere in ripensamenti. D’altronde la pala dell’anno prima per Guarene aveva già fatto comprendere ai fratelli Lanino di che pasta era fatto il giovane pittore allievo del Biancaro. ……..