ARTURO MARTINI MODELLATORE E CERAMISTA

Martini Arturo, il genio della forma
3 Febbraio 2021
Arturo Martini e gli Ottolenghi ad Acqui
3 Febbraio 2021

ARTURO MARTINI MODELLATORE E CERAMISTA

ARTURO MARTINI MODELLATORE E CERAMISTA

Il giovanissimo Arturo si avvicina al mondo della ceramica e della modellazione dell’argilla già a con la scuola serale d’arte diretta da Giorgio Martini e quindi frequentando i laboratori di amici ed i forni di Guido Cacciapuoti e di Sebellin e soprattutto la fornace dei Fontabasso e dei Gregorj. Proprio in quest’ultima azienda che tra il 1908 ed il 1909 assesta le sue doti di modellatore e scultore, tanto che il cavaliere Gregorio Gregorj lo invita ad insistere nel proprio cammino. Gli finanzia anche una permanenza a Monaco per studiare alla scuola di Adolf von Hildebrand e fare pratica presso una non meglio precisata locale manifattura di porcellane che all’epoca è in grado di sfornare una produzione di grande importanza. Secondo un accordo stabilito con il cavaliere Gregorj durante i mesi passati a Monaco, Martini invia una serie di gessi che avrebbero dovuto essere prodotti in serie a Treviso. Le opere in oggetto rappresentano una notevole novità per la stantia produzione veneta e si distinguono per varietà e freschezza delle immagini. 

Proprio questa precoce predisposizione alla modellazione ed alla creazione libera da vincoli preconcetti o di maniera, rappresenta il precedente che consentirà all’artista, negli anni a venire, di inventare modelli dotati di forte autonomia compositiva, lontani dalla tradizione e che lo porterà ad assegnare uguale dignità espressiva sia alle grandi opere monumentali che alle piccole rappresentazioni in terracotta o in ceramica che siano. 

Questa raggiunta consapevolezza  lo porterà attorno al 1930, al culmine della sua creatività, ad eseguire delle grandi terrecotte in templari unici e modellate direttamente a mano, che possono essere considerate come i vertici della scultura europea del Novecento. 

Quando le circostanze della vita e della guerra lo conducono a Vado Ligure dove si sposa nel 1920, il passo sarebbe breve per approdare nella vicina Albisola, patria italiana della ceramica artistica. 

Arturo però indugia nella produzione delle opere di livello monumentale sorretto dai contenuti di Valori Plastici e dalla formidabile affermazione nell’esecuzione del Monumento ai caduti eseguito proprio per la città di Vado, a cui lavora dal 1923 fino al 1925.

Il passo avviene in ritardo, ma avviene, nel 1926 quando il ceramista Manlio Trucco e l’architetto Mario Labò, entrambi impegnati nella Fornace La Fenice di Albisola, chiedono a Martini di occuparsi con pieno impegno della realizzazione di una serie di creazioni che a partire dalla forte tradizione locale si avviano nel solco della innovazione stilistica e tematica.  

In questo periodo l’artista è in difficoltà sia economica che lavorativa, divedendosi tra Vado, Roma e Articoli Corrado. E’ ancora alla ricerca di un senso creativo immerso in una poetica agreste e popolare di carattere medievale.

Durante una breve permanenza a Vado modella una terracotta replicata in piccola serie dal titolo Lo zio, dalla suggestione nettamente metafisica. 

Finalmente accetta di modellare alcune ceramiche da presentare nella sala espositiva ligure alla III Biennale delle Arti Decorative di Monza, nella primavera del 1927 ed in successione un gruppo di ceramiche per una propria mostra personale alla Galleria Pesaro di Milano, nell’autunno dello stesso anno. 

Dopo alcune discussioni e rinvii Martiri si mette dunque al lavoro nella fornace albisolese. Come primo modello pensa ad una elaborazione del Presepio grande. Sono oltre venti le figure da foggiare ed inserire nel grande cerchio concavo di terracotta. Si tratta di una vera e propio scultura in cui il significato di vuoto e pieno si rinnova, come suggerito per primo da Mario Labò nella prefazione del catalogo per la Galleria Pesaro.

Si avvia quindi alla invenzione delle formelle per la Via Crucis con le scene che si distinguono per violenza e concitazione con le linee e le forme che si contendono il piccolo spazio a disposizione. I colori distribuiti da Manlio Trucco agevolano il senso drammatico del racconto. A completare le opere destinate all’esposizione di Monza del 1927 oltre al Presepio grande, alla Via Crucis si aggiunge la Fuga in Egitto. 

La mostra per la Galleria Pesaro di Milano è preparata da Martini con la presenza ad Albisola e la fuga temporanea a Parigi. Proprio all’estate 1927 vanno condotte le produzioni per  Milano dello stesso autunno e per la IV Triennale di Monza del 1930. 

Prendono forma le serie di animali ad esemplare unico ed un gruppo ulteriore di formelle. 

Nella primavera del 1927 Martini si ritrova per la terza volta a Parigi dopo l’esperienza del 1912 e quella breve del 1915. Nella capitale francese è ancora vivo il ricordo della splendida Esposizione Internazionale delle Arti Decorative del 1925, probabilmente mitizzato dai racconti di Manlio Trucco che aveva vissuto direttamente quella esperienza parigina, prima del rientro in Liguria. 

Anche in quella occasione, come già nel 1909 a Monaco, Martini invia al laboratorio di Labò gli stampi in gesso pronti ad essere utilizzati. 

L’intento previsto è quello di cercare di sprovincializzarsi da un cliché regionale e nazionale ed allontanarsi dalle proposte italiane di Gio Ponti e dalla imminente affermazione proto borghese della Fornace Lenci.

L’esito non è quello della adesione ad un gusto europeo in linea con le tendenze surrealiste in essere, ma un ripensamento autonomo che si contrappone al perfezionismo accademico delle opere di Gio Ponti o della Lenci per ritrovare la pura espressione della ceramica ed il gusto della manualità, della materia e l’amore definitivo ed esclusivo per la terra ed il fuoco.

Martini in questa produzione 1927 non evita di essere moderno e nei consueti temi biblici e mitologici si misura con l’estrema semplificazione dei volumi e la ricerca affannosa per la sintesi. Gigi Chessa, grande artista torinese li definisce “minuscoli monumenti per la camera”, e dei monumenti hanno le caratteristiche essenziali come le architetture d’insieme, le proporzioni a cui si aggiunge con la formidabile grazia dello smalto ceramico. 

A proposito del Presepio grande, Martini lo definirà in questo modo: “Il mio sarà originale e nuovo. Non pazzie, ma stupori e divinità moderne”.

Martini si applica a creazioni che poi verranno portate a dimensioni maggiori negli anni a venire come Le Bagnanti o Il sogno della contadina. Con l’Annunciazione inventa un’opera mai vista con Maria che sembra uscire da una tenda mentre alle sue spalle l’angelo sembra non potere entrare, impianto ispirato probabilmente da un dipinto di Lorenzo Lotto. 

Per Lionello Venturi la forza di Martini è quello di rappresentare il racconto o la leggenda con un semplice gesto. Per Costantino Barile “faceva le statue con un soffio, scolpiva con il vento”.

Il San Sebastiano invece sembra scolpito nel marmo e come tale appare una scultura a tutto tondo. Visto in riproduzione fotografica potrebbe avere la dimensione di un monumento. 

Nel Piccolo Centauro, Martini torna a riflettere su di una scultura di qualche anno prima risalente al 1921, risultata già mutila in cottura e che aveva il fascino del pezzo antico, magari recuperato in uno scavo. L’immagine del Centauro si fa arguta e spiritosa come se l’animale mitologico fosse in posa.

Il pensieroso, sempre dell’estate 1927 si aggancia alla produzione giovanile de La pensierosa presso la Fornace Gregorj del 1910 e con Il Pellegrino stanco di Gio Ponti. In questa disputa sottintesa tra Martini e l’architetto milanese con Il Pensieroso, l’artista di Vado vuole riprendere il discorso e contrapporsi alla soluzione fiabesca e preziosa dell’illustre collega con una immagine che pare scivolare su se stessa come in un sogno o in un attimo di interruzione dell’attenzione. 

Inoltre Martini produce due serie di piatti che svolgono una articolata descrizione in successione. Si tratta della Storia di Sant’Orsola e della Parabola del Figliuol prodigo. Esse rivelano la passione di Martini per i racconti in itinere che poi farà di li a poco anche con stampe litografiche. 

Notevole è la Natura Morta esposta alla Biennale di Venezia del 1928, sinteticamente tagliata. Il Cavallo monumentale ed arcaico che con la statua di San Giorgio e lo Sposalizio del Principe e della Principessa costruisce una trilogia già presentata a Monza nel 1927. Le opere trovano una sintesi perfetta tra l’idealizzazione dell’antico ed il concetto più moderno della figura. 

Il percorso di quegli anni di Martini ceramista e modellatore si conclude con l’opera forse più importante riuscita. La Nena, modellata tra il 1929 ed il 1930, quando la figlia Maria, Cena in famiglia, aveva tra i nove ed i dieci anni. L’opera viene esposta a Torino nel 1930 con il titolo La mia bambina. 

Il ritratto si è imposto per le caratteristiche di velata malinconia ed intensa espressività. La ragazza è ripresa in viaggio in treno verso il collegio mentre rimpiange i giorni passati in famiglia. Si tratta di una terracotta di medie dimensioni realizzata a stampo in piccole serie a volte in terracotta ed a volte in terra refrattaria. Ogni esemplare si distingue per piccole differenze apportate alla terra fresca, piccoli dettagli che rendono le opere uniche. Negli esemplari di proprietà di Costantino Barile e della Fondazione cassa di Risparmio di Savona, Martini interviene aprendo gli occhi altrimenti chiusi. La figura assume in questi due casi una forte carica comunicativa ed empatica. 

Camillo Sbarbaro ci ha lasciato la testimonianza dell’incontro con Arturo Martini al lavoro proprio nella forgiatura della piccola Nena.  

” Fortuna mi capitò un’estate con quel prepotente scultore che è Arturo Martini. Lo trovai in uno stambugio a Albisola che stava, per così dire, dando alla luce una sua terracotta: il busto di una ragazzina con le trecce accercinate, il berrettuccio e una trasognata timidezza nel viso già serio. L’immagine era ancora cieca. ‘Ora la sveglio’, ci disse. Quel coccio era vivo per lui; non dalla frase solo e dalla voce si capiva, ma dal modo come lo maneggiava: vivo e bisognevole di riguardo. Ogni parti- colare diventava vero appena enunciato; calzava; illuminava l’opera, la metteva nella sua aria”

Proprio da quella opera scolpita nel suo animo prima che nell’argilla, Martini sviluppa la possibilità espressiva della terracotta, traendone una lezione che lo porterà all’esplorazione di modelli innovativi ed all’esecuzione di un ciclo di opere che saranno esposte alla Prima Quadriennale di Roma del 1931 ed alla Biennale di Venezia del 1932.

Il periodo che va dal 1926 fino al 1930 le ceramiche e le terrecotte realizzate dai gessi di Arturo Martini riportano la collaborazione e le insegne in molti casi marchiate sulla pasta ceramica di quattro fornaci. La Fenice di Manlio Trucco che con Mario Labò, importante architetto, critico d’arte e ceramista, rivolgono a Martini le iniziali attenzioni nei mesi del 1926. Quindi la ILCA di Nervi fondata proprio da Labò con il quale marchio vedono la luce alcuni pezzi. Successivamente lo stretto rapporto tra Trucco Labò si concretizza con il marchio Fenice- Savona Nuova. Sul finire degli anni Venti, Martini frequenta anche la fornace La Casa dell’Arte sempre di Albisola, in cui per diretta testimonianza di Camillo Sbarbaro e di Costantino Barile modella il ritratto della sua amata figlia, La Nena.